Guanto da Forno d’Oro – Miglior Ristampa

superman

ALL STAR SUPERMAN

Cosa succede quando la forza inarrestabile incontra il corpo inamovibile?

Per quanto mi riguarda sono due le storie di Superman che rimarranno per sempre negli annali del fumetto. La prima, manco a dirlo, è firmata da Alan Moore e si intitola Cos’è Successo all’Uomo del Domani?, disponibile fino a qualche tempo fa in un bel cartonato antologico della Planeta. Avrei molto da dire a riguardo ma non è questo il momento adatto. Basti sapere che, a mio avviso, il tempo ne ha in parte offuscato lo splendore. La seconda è All Star Superman, di Grant Morrison e Frank Quitely.

All Star Superman è una perla di rara bellezza nel panorama supereroistico, una luce di speranza per tutti quelli che credono che questo tipo di narrativa possa fare di più di quello che spesso si limita a proporre. In dodici meravigliosi capitoli racchiude con raffinatissima eleganza tutta l’essenza di quello che Superman sarebbe sempre dovuto essere e che troppo poco spesso è stato. Superman è qui raffigurato con l’onestà di chi ne ha capito realmente l’essenza in tutta la sua profondità. Perché l’Uomo d’Acciaio è sì il più grande supereroe del mondo, sì l’uomo più potente della Terra, ma è anche un essere terribilmente solo, schiacciato dal peso della propria responsabilità, delle proprie infinite possibilità e delle proprie scelte, costantemente pronto al sacrificio ma desideroso di vivere.

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Non mi era mai capitato, prima di questa lettura, di provare empatia per questo super-essere quasi divino, nemmeno i racconti di Alan Moore per quanto ben scritti ci erano riusciti. Grant Morrison, affiancato da un Frank Quitely allo stato dell’arte, dipinge un affresco indimenticabile dell’eroe più iconico, famoso ed importante della storia, un affresco che entrerà immediatamente ed irrimediabilmente a far parte del vostro immaginario. I due riescono a firmare un’opera che ridefinisce le possibilità e le responsabilità della narrativa supereroistica, dimostrando che anche in questo campo si può far letteratura , non solamente intrattenimento.

Ogni capitolo è fondamentale, ogni capitolo mostra una diversa sfaccettatura di un personaggio incredibilmente complesso ed allo stesso tempo semplice nel suo essere semplicemente “buono”. E tutto ciò raggiunge il suo apice nell’ottavo capitolo, intitolato “Essere Bizzarro”, che presenta la vicenda più toccante di tutto l’albo e uno dei comprimari più profondi e tristi dell’intero genere supereroistico. Indimenticabile.

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EDEN

Eden è una storia strana, magistralmente scritta da un Hiroki Endo debitore per stile grafico e filosofico di molti grandi autori cui spesso si rivolge: da Satoshi Kon a Yu Kinutani a Mamoru Oshii. Da un lato ci sono le tematiche affrontate, presenti in molti manga ma di rado sviscerate così profondamente e con un ruolo così centrale: le riflessioni sull’anima e sulla coscienza, il raggiungimento di un livello superiore di consapevolezza, l’evoluzione dell’individuo e della specie, la definizione stessa di individuo e specie… Dall’altro c’è la narrazione vera e propria e la sua ambientazione. La vicenda prende atto in un mondo particolarmente vivo e credibile, regolato da meccaniche proprie, del quale poco alla volta impareremo ad apprezzare la complessità. Quello di Eden è un mondo allo sbando, profondamente segnato dall’avvento del virus Closer, in cui il degrado economico e sociale è ormai irrimediabile realtà di ogni giorno. L’onnipresente vena cyberpunk aggiunge varietà alla narrazione e l’atmosfera a metà tra vita normale, criminalità organizzata e scenario post apocalittico ne aumenta la profondità.

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In questo universo i vari personaggi che conosceremo vivono le proprio vite. Sono personaggi straordinari, di incredibile potenza narrativa, ognuno con un ruolo di spicco nel nuovo ordine mondiale, e noi assisteremo alle loro azioni dalla portata planetaria e al loro parallelo tentativo di vivere una vita normale. La narrazione abbraccia molti anni di storia, nel corso dei quali vedremo personaggi andare e venire, nascere e morire, crescere ed invecchiare, innamorarsi ed allontanarsi. E al di là delle riflessioni filosofiche, al di là delle peripezie dei protagonisti, è nella quotidianità che Eden trae la sua forza e la sua bellezza. Una quotidianità e una normalità certo diverse dalle nostre, perché costantemente minacciate da un mondo crudele e sull’orlo del baratro, ma comunque tali. Sarà impossibile non affezionarsi ai protagonisti, non condividere con loro gioie e dolori, non innamorarsi di loro. Alla fine dei 126 capitoli che compongono l’opera saremo cresciuti con i personaggi che abbiamo letto, camminando per un po’ assieme a loro. Sarà un po’ come averli conosciuti. E se ci resterà qualcosa di questa lettura sarà questa.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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Seraphim, la Malattia degli Angeli

Anche oggi parliamo di manga d’autore: come annunciato qualche giorno fa ecco la seconda recensione riguardante un fumetto dell’immenso Satoshi Kon.

Seraphim – 266613336 Wings. Soggetto originale di Mamoru Oshii. Disegni di Satoshi Kon. Come la postfazione all’albo ci insegna non è esattamente così che sono andate le cose, ma procediamo con ordine. Nel 1994 termina la serializzazione di Nausicaa della Valle del Vento, il capolavoro di Hayao Miyazaki, e alla Animage decidono di imbarcarsi in un progetto ambizioso riunendo due autori in rapidissima ascesa. Oshii si presenta in redazione con le idee ben chiare su trama e ambientazione e sceglie Kon come disegnatore. Ben presto (sempre stando alla postfazione) i ruoli diventano più confusi, Satoshi Kon si occupa sempre dei disegni ma comincia anche ad interessarsi alla trama facendo proposte e fornendo suggerimenti: questo scambio d’opinioni porterà (sempre stando alla postfazione) alla sospensione del fumetto che rimane tuttora incompleto. Ma non fraintendete. Nonostante l’albo presenti solamente le prime sedici “puntate” del manga e non presenti nemmeno un accenno di conclusione, quella che abbiamo per le mani è una delle vette massime raggiunte dal fumetto giapponese. In assoluto. Non si può leggere quest’opera senza rendersi conto di quanto contenuto ci sia in ogni tavola, in ogni vignetta, sia per quanto riguarda la trama che per quanto riguarda la ricerca grafica; d’altro canto non ci si poteva aspettare diversamente da quelli che sono diventati, in seguito, due dei registi più importanti di sempre nel campo dell’animazione.

In un futuro non meglio specificato si diffonde un morbo, la malattia degli angeli, così chiamata per le escrescenze a forma di ali che fa crescere sulle scapole degli infetti. Tale malattia è incurabile, mortale e provoca, negli ultimi stadi, allucinazioni dalla strana natura. In questo mondo distrutto, con lotte di potere, guerre civili, rifugiati, embarghi e l’inesorabile scorrere della malattia due uomini, una bambina e un cane intraprendono un pellegrinaggio. Il manga racconta del loro viaggio, dei loro incontri, della sofferenza che toccano con mano o che provocano, di vendetta e speranza. Parla di vita e di morte, di religione e scienza, di filosofia e di vivere pragmatico, di scelte di vita. E di molte altre cose. Come in tutte le opere d’autore, ma d’autore davvero, c’è più di quanto si possa dire, e più di quanto appaia al lettore disattento. Tutto è caratterizzato infinitamente bene, dall’ambientazione ai personaggi, con riferimenti storici (reali o no) accuratissimi e dialoghi eccelsi. Raramente ho letto qualcosa di così ben scritto, in cui traspare chiaramente quanto ragionamento e quante riflessioni stiano alla base di ogni scena, di ogni scambio di battute.

Anche i disegni, ad opera esclusivamente di Kon, sono sopraffini. Non bisogna dimenticare mai, tuttavia, che questo è un fumetto del 1994. Mi spiego. Oggi siamo abituati a tutto un altro genere di disegno e, spesso, a tutto un altro livello. Quando si vedono opere così “vecchie” dunque, i casi sono 2: o quello stile appare inguardabile ai più, caso per esempio di Saint Seya di Kurumada o di Capitan Harlock di Mastumoto; oppure appare normale, a volte persino mediocre. Questo perché il nostro gusto si è evoluto nel tempo, e il disegno si è evoluto con lui. Non è questo il caso. Come ho detto prima i disegni di quest’albo sono sopraffini. E lo sono tuttora. Kon ha uno stile a metà tra il miglior Yu Kinutani nel tratto, il miglior Tsukasa Hojo nel design dei personaggi e il miglior Katsuhiro Otomo nelle ambientazioni. Chiunque guardi una tavola di questo fumetto e non ne rimanga sbalordito sia consapevole che se gli autori odierni disegnano come disegnano è anche merito di questi grandissimi maestri che hanno ridefinito (e in alcuni casi continuano a ridefinire) il modo di far manga, senza risultare mai obsoleti. Ed è per questo che bisogna ricordare che questo fumetto è uscito nel 1994: regge lo scorrere del tempo in maniera commovente. Purtroppo non sono riuscito a recuperare delle scansioni decenti, quindi dovrete fidarvi sulla parola o sfogliare il volume, ma è così: anche dal punto di vista del disegno questa è una delle massime vette raggiunte dal fumetto giapponese.

Per concludere. Questo è un vero capolavoro. Imprescindibile. Una di quelle opere che fanno storia, che rimangono nella storia. Per sempre. Non importa che sia incompleta, che non ne leggeremo mai la fine. Ha così tanto da dire così com’è che questo fatto quasi non è importante.  Bisogna leggere opere come questa per formarsi una coscienza critica, una cultura fumettistica degna di questo nome. Fine.

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