La terra dei figli

Ragazzuoli, salve a tutti e bentornati. Alcune volte capita che un libro ti entri sottopelle ancora prima di averlo per le mani, addirittura prima che arrivi effettivamente in libreria. Può essere per via di qualche immagine (nel caso di fumetti) trapelata, o per un titolo particolarmente accattivante, o per la fiducia maturata in anni di letture nell’autore in questione. In ogni caso, quando capita, ci si trova in una posizione scomoda: una parte di te spera che sia all’altezza delle aspettative, lo desidera, quasi vuole che sia all’altezza; un’altra parte già sa che sarà un libro fantastico, lo sa e basta.

Poi oh, qualche volta va fatta male e, all’uscita del libro, non si può che rimaner delusi, maledicendo quella parte di sé che pensa di sapere le cose e farebbe in realtà meglio a starsene zitta. Qualche volta, invece, tutto va liscio. E l’attesa, la speranza e il desiderio che alla fine vada tutto bene assumono un altro sapore. È il caso de La terra dei figli, il nuovo fumetto di Gipi.

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Un nuovo mondo per gli orfani di Roberto Recchioni

Siccome finora non ho avuto il tempo di leggere praticamente nulla delle millemila cose riportate da Lucca, rimandiamo quella carrellata di recensioni e commenti ancora per un po’, e facciamo finta che siamo davvero tornati alla normalità. E siccome è iniziata la terza stagione di Orfani, e della seconda non abbiamo ancora mai detto nulla, parliamo di questo.

nuovo mondo 1

Vi avviso già che ci saranno spoiler sul finale della seconda stagione. Se avete visto la copertina del primo numero di Nuovo Mondo (questa qui sopra), un’idea ve la sarete fatta, ma in ogni caso siete avvisati: se non volete anticipazioni e siete indietro con la lettura (magari perché seguite l’edizione Bao, che si fa più bella a ogni albo, mi tocca ammettere) questo è il momento migliore per smettere di leggere.
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Sasso Carta Forbice, il peso della menzogna

“Più grande la menzogna, più facile mentire”. So come reagirebbe TJ se gli raccontassi tutta la verità. Non voglio perdere un amico, è l’unico che mi fa sentire normale”

sasso carta forbice cover

Salve a tutti e bentornati per il nostro mensile appuntamento sulle pagine di Concretabook. La graphic novel di cui vi parlo questa volta si intitola Sasso Carta Forbice, di Robledo e Toledano. Ha ormai qualche anno, venne infatti pubblicata nel 2013 da Bao Publishing, ed è una storia di bugie ma anche d’amicizie.

Mi sono davvero divertito a leggere questo volume, che vi consiglio, perché sa parlare di cose importanti come la sincerità e l’importanza dell’amicizia ma senza suonare pretenzioso. Anzi, è un volume che sa anche intrattenere senza troppe pippe.

Il commento completo lo trovate, al solito, a questo indirizzo, ma vorrei spendere un altro paio di righe per fare un attimo il punto della situazione ed esporvi i miei piani per l’immediato futuro (che così magari riesco a rispettarli).

Questa settimana (diciamo mercoledì se tutto va bene) dovrei riuscire a pubblicare la recensione del primo albo di Nuovo Mondo, terza stagione di Orfani, e poi venerdì la classifica delle anteprime. Ripartiremo poi la prossima settimana molto carichi perché cominceremo (finalmente) a guardare gli acquisti lucchesi partendo da Paranoid Boyd, Vita di Simone Prisco e Per sempre altrove/Altrove per sempre del duo Guarnaccia/Ghetti. E poi a seguire l’appuntamento annuale con The Walking Dead, che quest’anno ha visto chiudersi il ciclo Guerra Totale, e (quando mi arriverà) la recensione di Rim City, degli atomici Apreda e Orlandini.

Ma non è tutto, perché in mezzo conto di infilarci anche un sacco di commenti a manga appena iniziati e che non vedono l’ora d’esser letti (Inuyashiki, Faccia di cane, La farfalla assassina, Wet Moon…), magari spendere due parole su Secret Wars e un paio d’altre cosine interessanti (chi ha detto Toxic Psycho Killers?).

Quindi restate sul pezzo, cercherò di farlo ancheio, perché è un periodo carico di letture incredibili. Per facilitarvi il compito, ve lo ricordo che non fa mai male, iscrivetevi alla pagina Facebook di Dailybaloon per rimanere sempre aggiornati e per beccare pure qualche commento lampo o consiglio estemporaneo.

Detto questo vi ho tediato abbastanza, vi lascio (di nuovo) alla recensione di Sasso Carta Forbice che trovate qui. Ci vediamo tra qualche giorno.

The Wake, parte uno: dalle profondità del mare agli Eisner Awards.

Dio mio.

Eh. Guardate che roba. Avete pescato una cazzo di sirena.

Già. Posso fumare?

The wake

Come annunciato nel commento agli Eisner Awards di quest’anno eccoci qua a parlare di The Wake, che se ne torna a casa da San Diego con ben due prestigiose ed inaspettate statuette. In Italia il primo volume è uscito già da qualche mese e, come doveroso dopo il doppio riconoscimento attribuitogli, ho abbandonato ogni indugio e me lo sono andato a recuperare. E devo dire che sono rimasto piuttosto sorpreso. Continua a leggere

L’eredità dei sogni

24 agosto 2010. Una delle giornate più nere per il mondo dell’animazione giapponese. In quel periodo cominciava a circolare l’attesa per l’uscita al cinema di Inception, e per prepararmi mi ero rivisto un paio di volte Paprika – Sognando un Sogno, che per molti versi ne anticipa le tematiche. Mi ero rivisto anche Tokyo GodfathersMillennium Actress, e giusto per non farmi mancare niente avevo anche cominciato Paranoia Agent. Tutti dei gran capolavori. Il 24 agosto mi alzo e, girovagando in rete trovo una notiziola passata del tutto inosservata su qualsiasi altro media: Satoshi Kon (autore delle opere di cui sopra) muore improvvisamente per un cancro al pancreas. Se qualcuno mi avesse chiesto, un paio di giorni prima, chi fosse secondo me il più influente e promettente regista in attività di anime avrei senza dubbio risposto lui. E d’un tratto mi sono ritrovato senza quello che a mio avviso è stato il più grande regista di anime degli ultimi vent’anni.

Sono passati quasi 3 anni, e fino a poco fa gli unici manga firmati dal grande regista che si riusciva a trovare in Italia erano La Stirpe della SirenaWorld Apartment Horror. Fino ad ora: la Panini ha preso la coraggiosa decisione di rendere disponibili anche le altre opere di Kon, che in questi mesi troviamo in libreria. Ecco quindi, in ordine, uscire L’eredità dei sogni (di cui parliamo oggi), Seraphim – 266613336 Wings e Opus (che dovremmo vedere il mese prossimo). Con calma parlerò di tutti questi fumetti, a partire con L’eredità dei sogni che, purtroppo, è l’unico che ho qui a Bologna (da dove scrivo) al momento. Quindi cominciamo.

Questo albo enorme raccoglie tutti (credo) i racconti brevi scritti da Satoshi Kon, presentandoceli in grande formato (come alla Panini piace fare ultimamente) e in più di 400 pagine. Un bel malloppo, insomma. Quello che più mi ha colpito di questo volume è la varietà di storie che si trovano al suo interno: si va dallo sci-fi, al post apocalittico, alla commedia scolastica, al comico spensierato. L’autore viaggia tra ognuno degli stili presenti con tale naturalezza da far riconoscere a chiunque il suo valore artistico. Non si ha mai la sensazione che ci sia qualcosa fuori posto, non ci si trova mai a pensare “carino questo racconto, ma non è il suo genere”. Piuttosto mi sono ritrovato più volte a dirmi “questo racconto è bellissimo, NONOSTANTE non sia il suo genere”. Questa eclettica capacità di passare da un tipo di atmosfera ad un altro è invidiabile, e molti “autori” moderni avrebbero un bel po’ da imparare.

Le prime storie, a dir la verità, non mi avevano particolarmente convinto: sembrano troppo corte, tutto è troppo veloce perché il lettore possa capire realmente cosa sta succedendo. Una volta entrati nello stile di scrittura e di disegno, tuttavia, il volume prende il volo e cattura l’immaginazione del lettore come poche altre opere (in particolare di questo genere) sanno fare. Se chi scrive sa scrivere, e questo è vero in particolar modo per i racconti brevi, non servono tante pagine di preamboli per definire ambientazione e atmosfera, in un attimo la trama si avvia e quando finisce ci si chiede se è durata davvero così poco. Mi sono piaciute particolarmente tre storie: L’indomani Mattina, che narra di tre studenti alla vigilia del diploma e ritrae con splendida spensieratezza il loro stato d’animo; KIDNAPPERS, che mi ha ricordato una trama analoga scritta da Inio Asano in What a Wonderful World; e PICNIC, originariamente pubblicata nel libro AKiRA World, quando uscì al cinema il film Akira di cui è uno spin-off. Quest’ultima in particolare è la quintessenza di ciò che un racconto breve dovrebbe essere. Comunica emozioni più che trame, con pochissimi dialoghi ben scritti e poche pagine ben studiate per trascinare il lettore. Splendida. Assolutamente splendida.

Una nota sul racconto di chiusura del volume, Catturato, chi abbia letto AvX e non si sia accorto di quanto la vicenda della fuga dei Vendicatori da Utopia sia simile a questo racconto farebbe bene a leggere meglio.

Infine volevo complimentarmi con la Panini per la superba edizione italiana, nonché per l’eccellente onesta qui dimostrata. Il volume è tradotto magistralmente e contiene numerose note a piè pagina che spiegano tutti i riferimenti linguistici e i giochi di parole che in originale dovevano essere scontati, ma per noi non lo sarebbero stati. Per quanto riguarda l’onestà mi riferisco al fatto che alcuni racconti hanno una qualità grafica decisamente scarsa. In ognuno di questi è spiegato che le tavole originali sono andate perdute, quindi hanno dovuto scannerizzare la rivista su cui erano pubblicati (facendone una fotocopia, in soldoni). Ho molto apprezzato, ma davvero molto, il fatto che li abbiano inseriti lo stesso spigando il motivo della scarsa qualità delle immagini (cosa che avrebbe potuto anche danneggiarli dal punto di vista economico) piuttosto che far finta di niente e non pubblicarli, alla fine dei conti ben pochi lo sarebbero venuti a sapere. Davvero un comportamento ammirevole. Grazie.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

Il lato oscuro della Justice League

È passato un anno spaccato dalla pubblicazione in Italia del reboot DC e ormai quasi un anno e mezzo dalla nascita dell’etichetta RW Lion, ho quindi tutta l’intenzione e dati a sufficienza per affrontare, nei prossimi giorni, un resoconto approfondito di come stanno andando le cose. Non troppo bene, dal mio punto di vista (per quanto riguarda il reboot, la casa editrice mi sta convincendo un sacco). Nel frattempo vorrei parlare un po’ di una serie del New 52 che mi ha particolarmente colpito, in parte perché è davvero ben fatta e in parte probabilmente perché non nutrivo grossissime aspettative. Mi riferisco, come il titolo dell’articolo suggerisce, a Justice League Dark. È finora uscito un solo numero di quest’opera, e già dal prossimo cambierà lo scrittore, ma devo ammettere che nonostante il nome Peter Milligan sia stampato in copertina avevo deciso di non comprarlo. Errore. Non so cosa cosa mi sia preso, a Milligan bisogna dar fiducia. Per chi non lo avesse conosciuto sulle pagine di Hellblazer la testata Lanterne Rosse dovrebbe essere comunque una prova di abilità sufficiente. In ogni caso ho rimediato. E ho fatto bene.

Bisogna ammettere che la DC, almeno nell’ultimo periodo, ha un po’ abbandonato tutti quei personaggi che avevano a che fare con il sovrannaturale. Zatanna è praticamente scomparsa dopo Crisi d’Identità, relegata alle pagine quasi sconosciute in Italia di JSA; John Constantine aveva la sua serie iper-di-nicchia targata Vertigo; Madame Xanadu si è vista chiudere i battenti (con mio sommo dolore); non ricordo da quanto tempo Boston Brand non ha una testata tutta sua. Justice League Dark riunisce tutti questi personaggi, affrontando di conseguenza i temi della magia, dell’ignoto, e tutte quelle minacce che, per loro natura, non sono e non possono essere di competenza della JLA. Bisogna ammettere che quest’albo è un po’ strano, mi ha ricordato vagamente le tipiche sessioni iniziali di un qualsiasi gioco di ruolo in cui il master fornisce al gruppo un pretesto perché diventi effettivamente un gruppo e cooperi ad un fine unitario. E ciò è esattamente quanto accade in queste pagine: Madame Xanadu tira le fila e mette insieme una squadra che, pian piano, comincerà a lavorare assieme. I membri sono Madame Xanadu stessa, Deadman, John Constantine, Zatanna, Shade e Mindwarp; personaggi “pericolosi per loro stessi e per gli altri”. Le vicende sono davvero ben scritte, Milligan è un dannato genio e non si può negare che riesca a tenere il lettore incollato alle pagine fino alla fine. Non vorrei rivelare nulla della trama tranne il fatto che ha almeno due lati molto positivi. Primo. I dialoghi sono davvero ben pensati, la psicologia dei personaggi emerge per bene e non si ha mai la sensazione che qualcuno stia agendo a caso (eccezion fatta per il piccolo intervento della JLA all’inizio). Secondo. Il cattivo del volume (nessuno spoiler, viene detto tipo a pagina 4) è una certa Incantatrice. La stessa incantatrice che compariva in Flashpoint, all’epoca senza motivo. Vuoi a vedere che, dopo più di un anno, questa vicenda lasciata in sospeso verrà ripresa per mano e troverà una sorta di conclusione? Speriamo di si, anche se sono convinto che questa serie non abbia la visibilità che merita e non la riceverà grazie a questo.

Gli eroi mistici che formano la JLD e l’Incantatrice

In conclusione, ottimo albo. Davvero. Vedremo cosa succederà quando lo scrittore diventerà Jeff Lemire (scrittore che comunque ho molto apprezzato in Animal Man) e soprattutto cosa succederà con questa storia dell’Incantatrice, ma sono più che fiducioso. Consigliatissimo.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

Planetes, rifiuti nello spazio. Ma non solo

È tempo di una nuova recensione, e a fagiolo capita che ho appena finito di leggere la ristampa in grande formato di Planetes, di Makoto Yukimura. Su questo fumetto si può fare più di una riflessione, mi è parso interessante sotto molti punti di vista, quindi cominciamo.

Esiste un genere di manga, di gran moda negli anni 80, che non è del tutto corretto definire sci-fi ma che è più simile alla fantascienza classica, stile Asimov per capirci, a cui Planetes alla fine della fiera appartiene. La cosa strana è che per qualche ragione tale genere è sempre stato visto, e si è sempre posto, come lettura “per adulti”. Non “per adulti” nel senso classico del termine, badate bene, non c’è iperviolenza né sesso sfrenato. “Per adulti” perché sono quasi sempre letture impegnative, con molti dialoghi o molti silenzi, e con una grafica vecchio stile: tutto questo le rende poco appetibili ai giovani che cercano sempre più spesso narrativa veloce, ricca di colpi di scena, ma sostanzialmente con poco contenuto. Di recente, tuttavia, capita che escano titoli fantascientifici dedicati a un pubblico più eterogeneo e, generalmente, con meno pretese: Planetes è uno di questi. La trama è piuttosto semplice. Hachirota Hoshino lavora come raccoglitore di detriti che orbitano attorno alla Terra, lavoro che peraltro tra qualche anno esisterà davvero, con il sogno di comprarsi una sua astronave. Da questo punto di partenza la trama scorre dolcemente e senza forzature con vari capitoli che analizzano la storia dei comprimari o la situazione politica terrestre, in un crescendo di situazioni che porterà il protagonista su Giove. Mi è piaciuto molto il coraggio dell’autore nel lasciare in secondo piano, di quando in quando, i personaggi principali per narrare episodi collaterali che, in una visione d’insieme, definiscono e aggiungono credibilità al mondo in cui avviene la narrazione. Di tanto in tanto ci saranno dei lunghi flashback dedicati ai vari personaggi secondari che ci faranno meglio apprezzare il loro comportamento nel presente, oppure cambi di focus per farci capire diverse opinioni su eventi particolarmente importanti (attentati, incidenti, opportunità). Nonostante si tratti di un’opera piuttosto corta, l’edizione Deluxe in 3 volumi raccoglie i 4 tankobon originali, arrivati alla fine si ha l’impressione di essere riemersi da un’universo organico, vivo e coerente.

Il disegno non mi è piaciuto particolarmente. Non è che sia brutto, intendiamoci, e negli ultimi tempi mi sto pure abituando a standard piuttosto bassi, è che dall’autore di Vinland Saga mi aspettavo un qualcosa di più. I personaggi sono comunque espressivi, ma la loro caratterizzazione è piuttosto blanda e, cosa che non ho sopportato, cambia man mano che l’opera prosegue: non sono riuscito a capire il motivo per cui Hachirota è biondo nel primo capitolo, mentre ha i capelli scuri dal secondo in poi. Il fatto poi che venga chiamato alle volte Hachimaki e alle volte Hachirota non capisco se sia un errore di traduzione o se sia voluto. Tornando al disegno, lo stile guadagna molti, moltissimi punti se ci focalizziamo sugli sfondi e sul design delle astronavi: davvero ben fatti.

Qualche nota sull’edizione italiana. Chi segue questo blog da un po’ di tempo avrà ormai intuito la mia avversione per queste riedizioni, tuttavia in generale è un bene che un fumetto esaurito ritorni disponibile. Se la ristampa però viene venduta come edizione “deluxe”, in grande formato (peraltro vagamente scomodo da tenere in mano) e dal costo considerevole, mi aspetto una qualità proporzionata. Non è esattamente questo il caso. C’è una scena in cui i personaggi parlano lingue differenti ma, invece che usare l’italico per l’inglese e i caratteri normali per il giapponese come si usa di consueto, qui si usano gli stessi caratteri mettendo alla fine di ogni baloon tra parentesi “in inglese” o “in giapponese”, davvero insopportabile. Come è davvero insopportabile la specie di corsivo usato nei dialoghi di sfondo o nelle scritte fuori baloon, che in certi punti è addirittura di difficile comprensione. Ma la cosa che più mi ha infastidito sono le pagine a colori. Ogni capitolo del fumetto, ad eccezione dei capitoli da 21 a 24, inizia in originale con delle pagine a colori. Queste sono tutte riproposte nell’edizione italiana, eccezion fatta per il capitolo 2 dove le suddette pagine sono in bianco e nero presentando così quella specie di scala di grigi sfumata tipica di quando una cosa a colori viene stampata in bianco e nero. Allora. per come la vedo io se ti prendi la briga di stampare un fumetto come questo (vagamente di nicchia, stando ai dati di vendita) in un edizione di lusso, mettendoci le pagine a colori, lo devi fare per tutte, non puoi saltarne qualcuna. Così sembra proprio che sia una dimenticanza dovuta a scarsa attenzione (o poca professionalità, ma non credo sia questo il caso) che affossa il valore dell’edizione. Peccato.

In ogni caso mi sento davvero di consigliare questo fumetto a tutti. Ma proprio tutti. Trovo che possa essere un ottimo ponte tra gli shonen leggerini che ultimamente vanno per la maggiore e qualcosa di un po’ più complicato; senza essere, allo stesso tempo, una lettura troppo impegnativa. I 3 albi di questa ristampa scorrono via molto leggeri e sapranno coinvolgervi con il loro mix di realismo, fantascienza e personaggi a metà tra caricature e persone reali. Davvero molto molto ben fatto.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)