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Storie di un’attesa

Io amo gli scacchi. A qualcuno potrà sembrare un gioco noioso, snervante… per me è il gioco perfetto. Posso riflettere per ore, giorni, su ogni mossa.

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Ragazzuoli, salve a tutti e bentornati. È tempo di una nuova recensione, e oggi tocca a Storie di un’attesa, di Sergio Algozzino. Avevo aspettato questo volume con desiderio. Adeguato, visti i temi trattati.

Fino a un paio d’anni fa non conoscevo Sergio Algozzino. Poi mille peripezie mi portarono a leggere Memorie a 8 Bit e ad incontrare l’autore di persona per una piacevolissima intervista (che potete trovare, se voleste recuperarla, qui). Avevo davvero apprezzato quel piacevole libro di racconti su un’epoca che fu, soprattutto perché per qualche motivo credevo che non mi sarebbe piaciuto e invece mi sono dovuto ricredere.

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Così mi sono trovato ad aspettare il nuovo lavoro di quest’autore che sarebbe arrivato non appena avesse finito di coccolare il precedente: “per fare un libro devi essere assalito da quel libro. E poi, quando esce, te lo devi coccolare un po’ quel libro che hai appena fatto… quindi intanto mi sto coccolando questo”.

Il tempo passava e, a un certo punto, non ricordo esattamente quando, Sergio scrisse su Facebook che stava lavorando a questo nuovo progetto. Cominciava a comparire qualche tavola, con il suo tratto inconfondibile e i suoi acquerelli. E così era cominciata l’attesa. Non restava che aspettare l’uscita.

Quando Storie di un’attesa ottenne finalmente una data d’uscita, e quando arrivò infine tra gli scaffali delle fumetterie un paio di settimane fa, ero elettrizzato e preoccupato al tempo stesso: cosa ne sarebbe stato di tutto quel tempo passato ad attendere il libro, se poi il libro non mi fosse piaciuto? Sarebbe andata come l’illuminante finale di Fanboys?

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Il libro poi l’ho letto. E mi è piaciuto. Molto. Ed il fatto che parli proprio di questo, delle lunghe attese, è forse la ciliegina sulla torta, il coronamento di un significato che esce dal libro stesso e pone le sue radici nel tempo trascorso dal lettore ad aspettarlo desideroso. E quindi il lavoro di Sergio Algozzino non è chiuso nella sua storia, nella sua narrazione, ma parla direttamente al lettore riferendosi a tutte quelle volte che gli è capitato di dover (o voler) aspettare qualcosa. È capitato a tutti, per forza.

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Il libro racconta sostanzialmente 3 storie. Un conte che pianifica un viaggio in Terra Santa, missione la cui preparazione è più importante del viaggio stesso. Un giovane di buona famiglia impegnato in una partita a scacchi per corrispondenza. Un ragazzo che aspetta che la ragazza che gli piace scenda di casa per il loro appuntamento.

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Sullo sfondo una Palermo calda e immobile, anch’essa in attesa e in quanto tale ulteriore personaggio del racconto fino a diventarne protagonista nel corale e potentissimo finale. Quelle ultime dieci righe di testo, accompagnate da illustrazioni che tolgono il fiato… non ve ne posso parlare, perché altrimenti vi toglierei il piacere di scoprirle da soli, ma hanno una valenza tanto profonda da spaventare. Condensano in pochissime parole un sentimento e un approccio (alla vita?) tanto diffuso da essere universale.

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A fare da legante alle varie storie, che partono apparentemente separate per poi intrecciarsi in modo fine e per nulla pretestuoso, una scacchiera fatta di legno e conchiglie. All’ARF ho avuto modo di chiacchierare con Sergio che, tra le varie cose, mi raccontava come tutta la struttura del libro fosse partita dall’idea di quella scacchiera, di quella partita per corrispondenza.

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In un’epoca in cui vogliamo costantemente tutto subito, in cui se non otteniamo una risposta immediatamente dopo la comparsa della doppia spunta blu ci innervosiamo, in cui quando siamo costretti ad attendere diventiamo sovraeccitati al limite della paranoia… in quest’epoca l’idea di giocare a scacchi con uno sconosciuto aspettando anche dei mesi tra una mossa e l’altra deve risultare, ai più, sconcertante. Eppure il punto è tutto lì. È l’attesa stessa dell’avversario a dar senso a quello che altrimenti non sarebbe che un giochino di poco conto, e invece diventa uno stile di vita, un’amicizia col tempo che passa. D’altro canto, se i ragazzi di Fanboys fossero semplicemente capitati al cinema per caso, l’esperienza non sarebbe stata la stessa.

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Storie di un’attesa riscopre e racconta la valenza dell’aspettare qualcosa, un’attitudine che amplifica e in un certo senso legittima l’esperienza stessa, trasmettendolo al lettore in maniera mai scontata. Non mancano i colpi di scena, sia narrativi che emotivi, e alla fine delle 142 che compongono il libro non si può che continuare a tornarci con la mente, rimuginando su un certo pensiero o riassaporando un cert’altro scambio di battute.

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Graficamente il libro è gratificante e inconfondibile: Sergio ha un tratto unico e la scelta di proporre le tavole acquerellate a colori (a differenza di Memorie a 8 Bit, che era invece completamente in bianco e nero) rende la lettura variopinta ed emotivamente di maggior impatto. L’autore gestisce le pagine con una regia consapevole, mai statica e con qualche soluzione parecchio accattivante disseminata ad arte qua e là. I personaggi poi sembrano vivere di vita propria, animati da un’espressività sia del corpo che dei volti che tradisce sempre le loro emozioni, studiate e rappresentate sia attraverso pensieri e dialoghi ma al contempo con gestualità ed espressioni efficacissime senza sfociare nella caricatura.

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E tra i pezzi principali del racconto compaiono intermezzi dal gusto (sia narrativo che estetico) completamente differente nei quali è evidente e riuscitissima la volontà di giocare con lo stile citando, esplorando, provando strade diverse. Delle vere e proprie variazioni sul tema che aggiungono qualcosa senza appesantire o rallentare il placido scorrere degli eventi principali.

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In conclusione. Storie di un’attesa è un volume straordinario. Racconta queste storie soffici e dolorose con una notevole sensibilità e condensa il senso e il gusto dell’attesa senza scadere mai nella banalità del tanto modaiolo quanto frainteso “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere”. Salvo nel finale, quando quel concetto da social network così abusato viene smontato nei minimi termini e, in un lampo di lucidità abbacinante, riarrangiato in maniera quasi dolorosa.

L’albo, edito da Tunué nella collana Prospero’s Book, si confà di poco più di 140 pagine a colori raccolte in un volume cartonato di ottima fattura. A 16 euro e 90. Tanta bellezza tutta assieme a un prezzo così onesto merita plauso e considerazione quindi correte in libreria, sfogliatelo, compratelo e portatelo a casa. Poi aspettate un paio di giorni e godetevelo, d’un fiato fino alla fine.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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